L’inizio della Ricerca
Riflessioni psicologiche sul Senso della Vita
Capitolo 1

Perché parlare di senso della vita
Per quanto ci è dato conoscere, l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere.
Carl Gustav Jung1
E’ possibile attraversare la vita senza mai rendersi conto di essere “nelle tenebre del puro essere”? Certamente si. Il sacro anelito che smuove le nostre coscienze verso il desiderio di attribuire un senso alla nostra vita, al nostro agire nel mondo o al nostro destino, non è percepito da tutti allo stesso modo. E potremmo senza dubbio anche affermare che per molti non è nemmeno un aspetto degno di essere preso in considerazione.
Parlare del senso della vita, oggi, potrebbe infatti sembrare del tutto estraneo a ciò che le persone tendono a considerare utile o interessante. Ma vorrei provarci comunque. E’ sempre più forte in me la convinzione che solamente una dimensione autentica di senso possa dare alla nostra vita un valore in grado di liberarla dall’essere una mera esperienza di gratificazione sensoriale, o peggio, una faticosa lotta contro l’inevitabilità del dolore.
Vorrei proporre una serie di riflessioni maturate per lo più nel contesto del mio lavoro di psicoterapeuta. Avendo quotidianamente il privilegio di poter entrare in contatto con le più profonde riflessioni che la mente e il cuore umano sono in grado di produrre, anche e soprattutto nei momenti più dolorosi, non posso non riconoscere il fatto che buona parte del moderno disagio esistenziale derivi proprio dall’assenza di validi elementi di senso.
Spesso, infatti, le persone non sembrano soffrire semplicemente a causa dei problemi che devono affrontare o per i dolori che sono costrette ad accettare. Soffrono anche, se non soprattutto, quando non hanno la possibilità di trovare un senso più elevato in ciò che stanno vivendo. La percezione dell’impossibilità di attribuire un senso alla propria esistenza è per molte persone un’esperienza tragica. Può mettere in grande difficoltà anche, se non soprattutto, gli animi più nobili e riflessivi.
Per questa ed altre importanti ragioni, questo aspetto del lavoro terapeutico in psicologia è ciò che più mi fa sentire più coinvolto e stimolato ad offrire un aiuto il più ampio possibile in termini di possibili riflessioni personali. Poter essere testimoni del manifestarsi e del progredire di un interesse verso una profonda ricerca di senso quale via di accettazione e superamento delle proprie problematiche personali è senza dubbio un prezioso privilegio per chi opera in questo ambito. E’ un dono prezioso che ci costringe ad un costante percorso di ricerca e di approfondimento di ciò che davvero può aiutarci a superare il disagio e a raggiungere la vera libertà interiore.
Un autore a cui faremo senz’altro riferimento a questo proposito è Victor Frankl, che alla ricerca di senso nell’ambito della terapia psicologica ha dedicato un profondo interesse, a causa inevitabilmente anche della sua drammatica esperienza in un campo di concentramento. Da quanto aveva avuto modo di osservare, solo le persone che riuscivano a conservare il senso della loro esistenza persino in condizioni così estreme potevano avere qualche possibilità di sopravvivere.
Nel mio lavoro cerco sempre di dare ampio spazio proprio alla ricerca di senso e all’illuminante considerazione che attraverso il nostro agire e le nostre più profonde riflessioni abbiamo la possibilità di attribuire un senso alla nostra vita, persino nei suoi momenti più drammatici. Anche se non siamo nella condizione di poter cambiare il destino, afferma Frankl, abbiamo comunque la possibilità di accettarlo consapevolmente e trarre da esso una preziosa esperienza di crescita interiore.
Il particolare momento esistenziale che stiamo attraversando è senza dubbio caratterizzato da una crisi di valori. Ciò appare particolarmente evidente nei contesti cosiddetti “occidentali”, dove il processo di secolarizzazione ha donato una certa libertà di pensiero e di azione rispetto ad una serie di vincoli imposti dalla morale comune. Dall’altro lato ha però creato un drammatico vuoto nel sistema di valori di riferimento, tale per cui è oggi sempre più difficile trovare elementi di senso in ciò che ci circonda.
L’essere umano è oggi costretto a trovare il senso della vita scavando profondamente nella propria coscienza. Ma questa è un’attività faticosa, difficile e per lo più sconosciuta o deliberatamente ignorata. Siamo in sostanza nel bel mezzo di una crisi di valori. Non possiamo tornare ai valori del passato. Dobbiamo trovarli entro noi stessi, compiendo quel meraviglioso viaggio a cui faremo riferimento tra poco.
In questo lavoro, vorrei sostanzialmente riuscire a creare un percorso di riflessione, attraverso il quale offrire pensieri, emozioni, ricordi e qualche intuizione, utili a riscoprire l’importanza del riflettere sul valore e sul significato del proprio esistere nel qui e ora, in questo breve istante nel tempo e in questo infinitesimo angolino dell’universo conosciuto che abbiamo denominato “pianeta Terra”.
E cercherò di farlo partendo da quella difficile realtà psicologica che amo definire crisi esistenziale. Questa condizione, ben lungi dall’essere unicamente un mero luogo di dolore, si configura talvolta come il contesto in cui possono germogliare le più autentiche domande sul senso ultimo. Quelle grandi domande, difficili e scomode, meravigliosamente avvolte nel fascino del mistero, a cui dedicheremo certamente una sezione specifica.
In realtà l’esistenza umana si proietta sempre al di là di se stessa, si rivolge sempre a un significato. In tale prospettiva l’uomo deve agire nella sua esistenza non per raggiungere il piacere o la potenza, e neppure la realizzazione di se stesso: piuttosto per conseguire una pienezza di significato.
Viktor E. Frankl [2]
Il concetto di senso della vita da un punto di vista psicologico
Al desiderio di attribuzione di un senso alla nostra esistenza è stato dedicato ampio spazio nel corso della storia dell’umanità. E’ senza dubbio ancora oggi un argomento centrale, sia in ambito religioso che filosofico. Considerando però il mio ambito di interesse professionale e la mia specifica formazione, ci focalizzeremo in questo progetto per lo più sul punto di vista psicologico.
Ritengo infatti che, anche restringendo la discussione solamente al contributo che la psicologia può offrire, sia comunque possibile proporre ottime e profonde riflessioni. A ben vedere, forse quello che può sembrare un limite potrebbe invece rivelarsi il maggior punto di forza, essendo un punto di vista privilegiato rispetto alle gioie e ai dolori che l’essere umano sperimenta nella sua eterna ricerca di senso.
Ma alla fine, come possiamo definire il senso della vita? La questione è inevitabilmente soggettiva. Ciascun essere umano può infatti trovare elementi di senso negli aspetti più diversificati dell’esistenza. Tutto ciò che conferisce importanza e valore alla vita, la rende anche un’esperienza degna di essere vissuta, collocandosi di conseguenza anche in una dimensione di senso.
Data la vastità della questione, proveremo a selezionare gli argomenti che possono apparire più interessanti, suddividendoli per comodità in singoli capitoli. Vedremo innanzitutto come la mancanza di senso possa riuscire a scatenare in alcune persone un tormento definibile come “la notte oscura dell’anima”, e come tutto questo possa condurre ad intraprendere un metaforico viaggio verso la scoperta di elementi di senso prima del tutto sconosciuti.
Prenderemo in considerazione i contributi di autori quali Carl G. Jung, Roberto Assagioli, James Hillman e altri. Proveremo ad arricchire il discorso sul senso della vita con qualche riflessione sul problema del destino e del libero arbitrio, sulle grandi domande a cui non siamo in grado di rispondere, sui concetti di eterno e di infinito, sulla bellezza, sul valore del sacrificio, sulla vita e sulla morte, e naturalmente sul valore degli aspetti di trascendenza, che a mio parere costituiscono il vero valore aggiunto in questa esplorazione.
Da una prospettiva più strettamente psicologica possiamo anche definire la ricerca del senso della vita come quell’elemento che quando emerge in un percorso psicologico e viene colto nella sua bellezza e preziosità dall’individuo può arricchire enormemente la terapia. Di fronte ad intuizioni così significative, molti dei nostri tormenti si quietano nella consapevolezza che in qualche modo siamo sulla strada giusta, e che ciò che ci fa stare bene non è l’evitamento del dolore ad ogni costo, ma il fatto di essere finalmente riusciti a dagli un senso.
Cosa vorrebbe dimostrare questo percorso
“quando sarai dinanzi al dolce raggio di quella il cui bell’ occhio tutto vede, da lei saprai di tua vita il vïaggio”.
(Dante, Inferno, X, 130)
L’intenzione alla base di questo lavoro è sostanzialmente quella di suscitare una riflessione approfondita sul fatto che, semplicemente, la nostra esistenza non può non avere un senso. La differenza riguarda solamente la presenza o meno della necessità di esserne consapevoli oppure no. Si tratta senza dubbio di un’affermazione che molte persone potrebbero considerare per nulla condivisibile, o condivisibile solo in parte. Personalmente rimango della convinzione che la capacità di intravedere un senso in tutto il nostro percorso di vita costituisca invece proprio l’aspetto fondamentale per la costruzione di un’esperienza esistenziale di grande spessore umano.
Naturalmente, non può esistere un unico elemento definibile come “il” senso della nostra vita. Come vedremo, livelli diversi di significato, stratificati, possono tranquillamente coesistere in noi. Possono spaziare da aspetti più basilari e oggettivi, fino a elementi che sfiorano la sfera della trascendenza e dell’interpretazione in chiave spirituale dell’esistenza. E inevitabilmente, più la nostra capacità di osservare in profondità il mistero della vita si affina e si sviluppa sul versante intuitivo, più numerose e potenti saranno le chiavi interpretative che ci possono guidare a farne un’esperienza di meraviglioso valore.
Per quella che è ed è stata la mia esperienza in questo ambito, mi sentirei di affermare che per molte persone i livelli che sfiorano la trascendenza sono i migliori candidati all’essere definiti autentiche dimensioni di senso. Avremo modo di approfondire che molti modi comuni di attribuire un senso alle cose potrebbero essere più correttamente descritti come narrazioni. Sono senza dubbio elementi dotati di un carattere propulsivo verso la realizzazione di progetti esistenziali, o capaci di suscitare in noi ragioni sufficienti per affrontare anche i momenti più impegnativi. Ad essi manca però quella sensazione di sacralità della vita. Non sono in grado di porci in connessione con quella dimensione in cui è il cuore ad orientare le nostre scelte e ad offrirci una sensazione di consapevolezza che tutto procede nel modo più opportuno.
Un elemento di senso autentico, vero, profondo, stabile, non può che scaturire da un confronto con le vette più elevate del proprio essere. Non si tratta di qualcosa di assimilabile ad un discorso di fede, anche se, come vedremo, per molte persone la fede è effettivamente un importante elemento di senso. Va oltre la fede, per collocarsi nel reame della ricerca di una consapevolezza più ampia.
Si tratta in ogni caso di un elemento di tipo “spirituale”? Dipende naturalmente da che cosa intendiamo con questo termine. Ma in una determinata prospettiva, senza dubbio si. In buona parte, ciò che proveremo a fare sarà proprio riflettere sulla possibilità che un elemento di senso autentico si possa collocare in maniera immanente rispetto alla quotidianità della vita, e in maniera trascendente rispetto al senso che diamo ad essa.
Mi piace pensare che la citazione riportata all’inizio di questo paragrafo, tratta dalla Divina Commedia, parli proprio di questo. In qualche modo siamo chiamati a scoprire il viaggio, la meta, che ci attende in questa vita. Come avremo modo di approfondire, Dante stesso avverte il lettore che è possibile individuare quattro livelli interpretativi nelle parole che danno vita al suo ineguagliato Poema. L’intera opera parla di un viaggio, un viaggio che giunge alle più elevate vette dello spirito, dopo aver attraversato i più oscuri “bassifondi dell’anima”.
La ricerca di un senso nella nostra vita non va intrapresa aspettandosi necessariamente rivelazioni straordinarie. Forse si tratta proprio di apprendere ad interpretare i medesimi simboli e le medesime realtà secondo una visione più ampia.
In questo progetto riguardante il senso della vita, James Hillman è un altro autore estremamente interessante a cui senza dubbio dedicheremo un’opportuna sezione. Analista e filosofo di fama internazionale, è stato spesso indicato come l’erede dell’opera di Jung. Egli ha però sviluppato una sua linea di pensiero molto originale. Il concetto di “Daimon” ne è un chiaro esempio.
Hillman affermava che nell’essere umano vi è qualcosa che spinge ciascuno di noi verso la realizzazione di uno scopo particolare. Potremmo definirlo come una “vocazione”, ovvero ciò che siamo “chiamati a realizzare”. E in esso si cela quel sacro e sottile elemento che può davvero dare un senso di compimento alla nostra intera esistenza.
Possiamo dunque intendere la nostra esistenza come un succedersi di eventi in parte casuali e in parte predeterminati da scelte o da altri eventi antecedenti ad essi. Oppure, nell’ottica del Daimon di Hillman, possiamo vederla come il dispiegarsi di una volontà intrinseca che guida l’essere umano verso la realizzazione di un proposito personale e speciale. Conoscere quel Daimon particolare significa di fatto dare un senso alla propria esistenza. E per poterlo fare, dobbiamo imparare a guardare ad essa con occhi colmi di meraviglia e di sincerità.
A chi è rivolto questo percorso
Un progetto di questo tipo ha l’ambizione di rivolgersi a chiunque abbia un’autentica curiosità verso gli aspetti più profondi della vita. Proveremo a narrarli e descriverli attraverso il linguaggio della Psicologia, con particolare riferimento ad una Psicologia che desidera dare voce a quell’eterno anelito umano alla ricerca di senso.
Si rivolge a chi avverte nel proprio cuore che la vita deve necessariamente avere un intrinseco valore di sacralità, che riguarda la realizzazione responsabile di un “destino” che siamo in qualche modo chiamati a compiere, traendo il massimo dalle nostre potenzialità su tutti i piani dell’essere.
Ma si rivolge in particolare a chi ha conosciuto il dolore del vuoto di senso, o qualsiasi altra condizione esistenziale portatrice di sofferenza psicologica. Quella sofferenza che conduce all’inevitabile domanda sui grandi e piccoli perché delle cose, sulla ragione della gioia e del dolore, e sul fine ultimo del nostro esistere su questo pianeta.
Nell’ordinarietà del frastuono del mondo, senza che nulla intervenga a scuotere le fondamenta del proprio essere, raramente le persone riescono a dare ascolto a quell’innato anelito che conduce alla ricerca di risposte a queste impegnative domande.
Molta saggezza riesce a farsi spazio in noi quando sappiamo prestare il giusto ascolto a quella che potremmo definire una silenziosa voce sussurrata. Il suo eco risuona all’interno di quelle dimensioni di sofferenza che erodono il nostro animo, ma solo per portare alla luce i tesori sepolti nelle profondità di noi stessi, che rischierebbero altrimenti di rimanere inconosciuti.
L’essere umano che ha vagato nella fredda valle del dolore dell’anima e che ha saputo distillare preziose gocce di saggezza da questa esperienza ha molto probabilmente sviluppato anche il desiderio di non accontentarsi di ricercare dimensioni superficiali di senso.
Questo lavoro si rivolge anche a chi desidera andare oltre il senso individuale, a chi non si limita solamente ad interrogarsi sul senso della propria vita, ma si pone anche la questione del senso dell’esistenza su dimensioni di complessità sempre più ampie. Che senso ha la vita come fenomeno nel suo insieme? Che senso e quale scopo ha l’esistenza dell’intera umanità? Vi è un senso e uno scopo anche nell’esistenza stessa dell’Universo?
Vi è un certo grado di consenso nel mondo scientifico attorno a teorie come quella del Big Bang. Ve ne sono però di altrettanto (se non maggiormente) affascinanti, come la Cosmologia Ciclica Conforme di Roger Penrose, secondo la quale l’Universo si rigenera da sé stesso dopo la sua “morte termica” e la trasformazione di tutta la materia in fotoni, ovvero luce. Queste teorie non sono però in grado di dirci nulla sul perché, ovvero sul senso di tutto questo. Possiamo dunque accontentarci di capire il come, o possiamo interrogarci anche sul motivo ultimo per cui tutto ciò ha avuto inizio.
Non possiamo naturalmente rispondere a domande di simile complessità. Men che meno se tentiamo di farlo da un punto di vista puramente psicologico. Vi è però un enorme valore evolutivo solamente nel fatto di porsi umilmente di fronte ad esse, con un sincero desiderio di scoprire ogni giorno qualcosa in più.
Forse l’umanità nel suo insieme, o l’Universo nel suo insieme, hanno una ragione per la quale sono emersi in manifestazione. Da quanta bellezza, pienezza e saggezza verremmo pervasi se riuscissimo a sfiorare anche solo lontanamente una possibile risposta a domande di tale portata? Possiamo limitarci ad accettare che la nostra mente non può penetrare misteri di questa dimensione. Oppure possiamo dare ascolto a quella parte intuitiva in noi stessi che ci invita a non fermarci di fronte a ciò che appare irrazionale.
1 – Jung, Carl Gustav. Ricordi, sogni, riflessioni (p.407). RIZZOLI LIBRI. Edizione del Kindle.
2 – Frankl, Viktor Emil. La sofferenza di una vita senza senso: Psicoterapia per l’uomo di oggi (Tracce e Piccole Tracce) (p.111). Mursia. Edizione del Kindle.
