La notte oscura dell’anima
Riflessioni psicologiche sul Senso della Vita
Capitolo 2

“La depressione è ancora il Grande Nemico […]. Eppure è attraverso la depressione che entriamo nelle profondità, e nelle profondità troviamo l’anima. La depressione è essenziale al senso della vita. Essa inumidisce l’anima arida e asciuga quella troppo umida. Dà rifugio, confini, centro, gravità, peso e umile impotenza. Essa tien vivo il ricordo della morte. La vera rivoluzione comincia nell’individuo che sa essere fedele alla propria depressione. Che non si dibatte per uscirne, preso in un alternarsi di speranza e disperazione […]” [1]
Hillman J., Re-visione della psicologia, Adelphi Edizioni, Prima edizione 2019, p.189-190.
L’espressione “notte oscura dell’anima” acquistò notorietà nel corso del XVI secolo grazie al mistico e poeta spagnolo San Giovanni della Croce. Essa fa riferimento ad uno stato di profonda crisi esistenziale e spirituale, che può fare la sua comparsa nella vita di una persona in qualsiasi momento, sia a seguito di eventi scatenanti di particolare intensità emotiva ma anche in assenza di particolari motivazioni apparenti.
Dopo la nostra introduzione a questo percorso sul senso della vita, vorrei iniziarne l’esplorazione parlando proprio di che cosa può accadere quando una dimensione di senso non è ancora presente, ma inizia ad emergere il bisogno di colmare quel vuoto. Ho intitolato questa sezione “la Notte Oscura dell’Anima” perché mi è sempre sembrato un concetto molto efficace per descrivere questo particolare stato d’animo. Esso si configura a tutti gli effetti come una crisi esistenziale, capace di influenzare il nostro vissuto fino al punto da invitarci o costringerci a percorrere la scomoda (ma allo stesso tempo meravigliosa) via di una ricerca interiore psicologico-spirituale.
Si tratta senza dubbio di momenti particolarmente promettenti sul versante della consapevolezza intuitiva, ma prima che essi possano elargire i loro frutti, ciò che pervade la nostra coscienza è solamente il grande vuoto di senso. In quei momenti, tutto può essere messo in discussione e il velo del dubbio rischia di ricoprire ogni realtà interiore o esteriore che fino a quel momento poteva sembrare consolidata.
I sintomi psicologici emergenti in una condizione come questa possono essere del tutto simili ad un comune stato depressivo. Vi si ritrova infatti non di rado un senso di disconnessione dal proprio sistema di valori e dal senso personale della propria esistenza, che si manifesta tramite un’evidente perdita di interesse per la vita in generale e un tono dell’umore prevalentemente deflesso. Ed è proprio l’assenza di senso a costituire la difficoltà più marcata.
Tu chiamale se vuoi emozioni
Se dovessi pensare a quali parole potrebbero descrivere delicatamente ed esaustivamente l’esperienza di un momento culminante di crisi esistenziale, le sceglierei probabilmente tra i versi del brano “Emozioni” di Lucio Battisti. Naturalmente, non posso sapere sull’onda di quale emozione siano state formulate queste parole.
Non posso sapere quale fosse il bisogno dell’autore, Mogol, in quel lontano 1970. Ma in qualche modo ha descritto uno stato d’animo molto preciso, facilmente riconoscibile. Ad un certo punto, semplicemente, la morsa inizia a stringere. Le cose iniziano a perdere importanza. Le giornate si tingono di un piovoso grigio autunnale, senza che vi sia necessariamente un chiaro motivo.
“… E sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
Un sottile dispiacere
… Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore
Come la neve non fa rumore
… Capire tu non puoi
Tu chiamale se vuoi emozioni
… Parlar del più e del meno con un pescatore per ore ed ore
Per non sentir che dentro qualcosa muore
Il dolore dell’anima si fa semplicemente strada in noi, quasi senza far rumore. E proprio come la neve, si posa silenziosamente e delicatamente proprio al fondo del nostro cuore, intenzionato a rimanervi per tutto il tempo in cui, per ragioni che saremo poi chiamati a svelare, dovrà regnare l’inverno nella nostra vita.
Dolore dell’anima e solitudine
È così che talvolta il disorientamento si insinua, quasi senza poter comprendere che cosa stia davvero accadendo. Semplicemente, un sentimento cupo lentamente si fa strada in noi, accompagnato dal sinistro presagio che non ci potrà essere una facile soluzione. È un dolore che non può essere condiviso facilmente, alimentando un senso di inevitabile solitudine. È un dolore che lascia velatamente intendere che ci potranno essere preziosi doni in un prossimo futuro, ma che richiede anche l’accettazione del prezzo di lasciarsi guidare senza riserve.
È così che ci si può sentire quando il baratro di una crisi esistenziale inizia ad aprirsi proprio dinanzi ai nostri piedi. La mancanza di un senso elevato, genuino, autentico della vita può generare emozioni a cui non si è mai abbastanza preparati. Naturalmente, questo tipo di stato d’animo è senz’altro rappresentativo anche di molte altre condizioni psicologiche in cui vi è la presenza di umore deflesso, ansia, senso di vuoto o mancanza di interesse. Ma nelle parole della canzone è come se vi fosse una descrizione piuttosto efficace del drammatico momento dell’inizio della crisi.
Qualcuno riesce a riconoscersi in questo particolare stato d’animo? Vi siete mai trovati in un punto particolare della vostra vita in cui sembrava che stesse per cambiare qualcosa che vi ha portato poi ad iniziare una lunga, incerta, difficile e meravigliosa avventura? Com’è cambiata la vostra vita dopo esservi trovati nel labirinto della vostra personale notte oscura dell’anima? Ma facciamo prima una premessa sul modo in cui raccontiamo la realtà a noi stessi.
Il bisogno di costruire narrazioni personali
Noi esseri umani abbiamo bisogno di mantenere la percezione di vivere in una realtà dotata di senso. Per questo motivo tendiamo a costruire narrazioni personali. Queste narrazioni sono strutturate in maniera tale da poter dare un significato, approvare ed eventualmente persino giustificare il nostro modo di essere nel mondo, le scelte effettuate, il tipo di rapporti che abbiamo con le altre persone e molto altro.
Jerome Bruner, uno psicologo statunitense che ha dato un notevole contributo allo sviluppo della psicologia cognitivista, ha dedicato ampio spazio allo studio del pensiero narrativo. Secondo questa prospettiva, la mente umana funzionerebbe tramite la costruzione di storie e non unicamente con una modalità di tipo logico-scientifico (pensiero paradigmatico). Questa modalità di pensiero costituirebbe addirittura, secondo Bruner, uno dei meccanismi psicologici fondamentali mediante cui gli individui sono in grado di costruire il significato delle proprie esperienze.
Il pensiero narrativo sarebbe anche alla base della formazione della propria identità e della comprensione del mondo sociale e culturale. Rappresenterebbe “l’atro lato della mente”, dedicato agli atti profondamente umani di immaginazione, che consentono all’esperienza di risultare significativa. Se il pensiero paradigmatico si pone alla ricerca della verità oggettiva, quello narrativo si basa sulla verosimiglianza, sulla plausibilità e sul senso.
Questa seconda modalità ci consente di costruire storie, dando significato alle nostre esperienza personali. Gli eventi complessi e intrecciati della nostra vita possono essere rappresentati in modo coerente e plausibile. Il pensiero paradigmatico ci conduce a buone teorie. Il pensiero narrativo genera buone storie, drammi avvincenti, miti e resoconti storici plausibili.
Bruner non colloca questa seconda modalità di pensiero in una posizione di subordine, ma la ritiene al contrario una modalità di conoscenza autonoma. Persino se, ammette egli stesso, la narrativa è indifferente alla realtà dei fatti. Ciò che ha valore in una narrazione non è l’aderenza ai fatti obiettivi, ma la sua capacità di costruire significato e di entrare in risonanza con l’esperienza umana.
Come dicevamo, le narrazioni sono fondamentali al fine di costruire la propria identità personale e collettiva, perchè ci consentono di dare senso a ciò che viviamo. Ogni individuo avrebbe la necessità di definirsi come soggetto avente scopo e intenzionalità. Sostanzialmente, l’essere umano penserebbe alla propria vita come ad una storia, riuscendo a riprodurla con determinate parole, con un certo ordine logico, e soprattutto dando un senso coerente a ciò che accade.
La narrazione come attribuzione di senso
Sapere che tutto ciò che riguarda la nostra vita ha un senso, indipendentemente dall’effettivo grado di verità di questa narrazione, ci offre la ragionevole certezza che stiamo procedendo nella giusta direzione. All’occorrenza, può eventualmente anche farci sentire approvati, allontanando da noi una pericolosa e fastidiosa sensazione di inutilità e di vuoto di senso.
Queste narrazioni tendono ad essere stabili, perché fanno inevitabilmente parte della percezione della nostra identità. A volte addirittura, come affermava Bruner, resistono a qualsiasi confronto con la realtà. E questo accadrebbe proprio perché abbiamo bisogno di mantenere un adeguato livello di coerenza con noi stessi e di autostima. Sta di fatto che alcune persone attraversano la vita senza che ci sia mai la necessità di mettere in discussione la propria narrazione personale.
A volte ciò accade perché effettivamente non si presentano eventi in grado di scalfirla. In altri casi, invece, semplicemente ci troviamo nella necessità di doverla difendere tenacemente. È il caso, ad esempio, di molte convinzioni irragionevoli, non di rado fanatiche, che alcune persone mantengono indipendentemente da qualsiasi evidenza contraria. Forse è per questa ragione che c’è chi afferma che il fanatismo altro non è se non un dubbio sovracompensato. E francamente, non mancano purtroppo abbondanti dimostrazioni di questo aspetto in numerosi ambiti dell’umana esperienza.
Alle fondamenta invisibili della narrazione
Procedendo nel nostro percorso di ricerca sull’essere umano quale costruttore di significati, penso che potrebbe essere interessante aprire una parentesi anche su un altro autore che ha lasciato un’impronta importante nella storia della psicologia. Nel corso dei miei studi universitari, il nome di George Kelly è emerso più di una volta. Ma solo durante la preparazione dell’esame di stato mi sono reso conto di non aver mai approfondito con la giusta curiosità la sua teoria dei costrutti personali. I suoi studi hanno posto le basi per lo sviluppo di una corrente di pensiero coerentemente definita “Costruttivismo”.
Essa parte dal presupposto che l’essere umano non si limita a subire la realtà, ma tenta di interpretarla, anticiparla e organizzarla attraverso una mappa personale del mondo esterno. E questa mappa è costituita dai “costrutti personali”, definibili come strutture interpretative aventi natura dicotomica e bipolare (sicuro/minaccioso, amato/rifiutato, ecc.). Senza rendercene adeguatamente conto, per orientarci nell’esperienza facciamo dunque continuamente ricorso a questi costrutti.
Alcuni tra questi costrutti sono particolarmente importanti (”nucleari”). Sarebbero così radicati nell’identità personale, da costituire, di fatto, il fondamento di come essa viene percepita e narrata. E verosimilmente, è su questo tipo di costrutti che si possono appoggiare le narrazioni esistenziali di cui parla Bruner. Ciò che più ci interessa in tutto questo è il fatto che la realtà, ad un certo punto, può rivelarsi incompatibile con le nostre anticipazioni più strutturate.
Che cosa accade quando la nostra narrazione inizia a scricchiolare? Trovo particolarmente interessante a questo proposito l’affermazione di Kelly secondo cui il crollo della narrazione viene talvolta percepito anche prima del suo manifestarsi. Una sensazione vaga, difficile da definire, insinua in noi il pensiero che qualcosa sta per cambiare per sempre. Cresce, fino al momento in cui non siamo più in grado di ignorarla.
La crisi: il crollo della narrazione personale
Può dunque accadere di ritrovarci costretti ad assistere impotenti allo “spettacolo” del crollo della nostra narrazione esistenziale. La fine di quella rassicurante storia a cui eravamo aggrappati tanto tenacemente. La vediamo frantumarsi, come una fragile sfera di cristallo che si scontra con la granitica struttura di una sopraggiunta realtà che non siamo in grado di accogliere.
I motivi per cui ciò accade possono essere davvero numerosi, e spesso hanno a che fare con esperienze difficili che ci troviamo improvvisamente ad affrontare nella vita, di fronte alle quali ci rendiamo drammaticamente conto di non aver mai sviluppato adeguati strumenti interpretativi.
Ce ne rendiamo conto perché sostanzialmente non vi era mai stata la necessità di farlo. Fino al momento in cui nella nostra vita non fa la sua comparsa qualche esperienza perturbante, possiamo generalmente ignorare la necessità di ricercare un significato più profondo. Possiamo abbandonarci serenamente (e inconsapevolmente) al placido scorrere della tranquillità esistenziale. Questa esigenza, semplicemente, non ha ragione di farsi sentire, e rimane un elemento gravitante a debita distanza dal perimetro della nostra coscienza.
Ma la nostra rassicurante narrazione esistenziale può talvolta frantumarsi anche semplicemente perché si insinua in noi il bisogno di una ricerca di senso più profondo. E nel momento in cui ciò accade, emerge insidiosamente un evidente disorientamento esistenziale, che per le persone più introspettive e capaci di autentica profondità interiore si accompagna alla sensazione di aver varcato i misteriosi cancelli di ingresso nel reame della notte oscura dell’anima.
Ma che cos’è, alla fine, una crisi esistenziale?
Questa è senza dubbio la domanda più difficile, ma probabilmente anche quella che apre all’esplorazione dei temi di maggior valore e bellezza che riguardano la nostra esistenza. In ambito psicologico sento spesso ripetere la parola crisi.
“Sto attraversando un momento di crisi”.
“Sto vivendo una crisi che riguarda un po’ tutti gli aspetti della mia vita”.
“Sono intrappolata/o in una crisi che non mi fa più vedere un senso nella mia vita”
Sono alcuni esempi di affermazioni con le quali non di rado le persone chiedono di poter iniziare un percorso terapeutico. Dovremmo quindi a questo punto chiederci quale sia davvero il significato di questo termine così frequentemente utilizzato.
Umberto Galimberti, nel suo Dizionario di Psicologia propone la seguente definizione: “… In ambito psicologico si riferisce a un momento della vita caratterizzato dalla rottura dell’equilibrio precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento che si rivelano non più adeguati a far fronte alla situazione presente. Karl Jaspers definisce la crisi come un punto di passaggio dove «tutto subisce un cambiamento subitaneo dal quale l’individuo esce trasformato, sia dando origine a una nuova risoluzione, sia andando verso la decadenza. La storia della vita non segue il corso uniforme del tempo, struttura il proprio tempo qualitativamente, spinge lo sviluppo delle esperienze a quell’estremo che rende inevitabile la decisione”.
La definizione di Galimberti propone la “necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento” dopo la rottura dell’equilibrio provocata dalla crisi. Ma ciò non implica necessariamente che questo sia davvero ciò che si verifica in occasione di una crisi esistenziale di questo tipo. Il momento della crisi offre un’opportunità, quella di accettare il cambiamento e permettere agli eventi di donare nuovi spazi di consapevolezza.
Ma quante volte, invece, il precipitare di una crisi determinerà una frattura che rimarrà insanabile? Quante volte la persona non sarà in grado né di rialzarsi, né di individuare e comprendere l’opportunità? Semplicemente la sofferenza appare troppa e irrisolvibile.
Non vi potrà essere spazio, in questo caso, ad una risoluzione della crisi attraverso la scoperta di nuove dimensioni di senso. L’oscura notte dell’anima vedrà forse, al massimo, una tenue alba. Quel sole del mattino potrà donare un po’ di tepore, ma non avrà la forza di illuminare la parte di sentiero che rimane da percorrere.
Quando però l’anelito alla ricerca di senso persiste nonostante le tenaglie della crisi, o quando anche una sola tra le grandi domande sopravvive alla sfiducia, la porta del rinnovamento inizia comunque a schiudersi.
Nel cuore della crisi
“E’ così che ci si sente nel cuore del vuoto di senso”, pensai, quando per la prima volta vidi quelle straordinarie immagini di Plutone inviate dalla sonda New Horizons nel 2015. In un freddo e solitario deserto di ghiaccio, lontano e silenzioso, immobile, spento e inanimato. In un luogo di confine, all’estrema periferia dell’anima.
Laggiù, così distante e ridotto ad un semplice punto luminoso, il nostro sole quasi lo si confonde ormai con le altre stelle. Non vi è nei suoi raggi quel caldo e rassicurante ristoro per noi così prezioso. Emana solo una tenue luce, che anche da quel luogo così remoto offre però la possibilità di essere vista, per mantenere accesa la speranza.
Ed è così che alcuni attraversano la loro personale notte oscura dell’anima, esprimendo con parole, sguardi e silenzi un desiderio di senso da cui traspare l’anelito verso una dimensione esistenziale più ricca e consapevole. Il buio è ancora profondo. Le nebbie ancora fitte. Ma più di una volta mi sono chiesto perchè, persino in una condizione come questa, in alcuni rimane acceso un barlume di speranza che non accetta ancora di spegnersi.
Ed è proprio in momenti come questi ho visto accadere piccoli miracoli di trasformazione interiore. Anche nel bel mezzo del dolore, l’anima tenace trova la sua via di realizzazione. Trova il sentiero che conduce alla scoperta di inaspettati tesori interiori. E forse è proprio di questo che ha bisogno: smarrirsi nelle tenebre del mero essere, come avrebbe detto Jung, per essere costretta a lottare per emergere vincitrice entro quell’indifferenziato essere e pervenire ad un nuovo orizzonte di senso.
Ma questo è solo l’inizio. Come avremo modo di raccontare, le vie attraverso cui la vita conduce le persone verso i propri orizzonti di significato possono essere davvero numerose.
1 – Hillman J., Re-visione della psicologia, Adelphi Edizioni, Prima edizione 2019, p.189-190.
