A te convien tenere altro viaggio
Riflessioni psicologiche sul Senso della Vita
Capitolo 3

Ho sempre inevitabilmente percepito la ricerca del senso della vita come l’intraprendere un viaggio verso un luogo di cui ben poco è dato sapere. Quella del viaggio è senza dubbio una metafora di cui si è piuttosto abusato in molti campi del sapere psicologico e spirituale. Probabilmente rischia di essere ritenuta addirittura banale, ma non si può negare che rimanga comunque efficace.
A questo proposito mi rincuora notare che Joseph Campbell, uno dei più importanti studiosi di mitologia comparata, nel suo testo “L’eroe dai mille volti”[1] utilizza proprio il tema del viaggio per descrivere il processo mediante il quale la coscienza personale attraversa determinati stadi di sviluppo e perviene a mete di realizzazione sempre più elevate. Quanto siano intense o elevate queste esperienze dipende inevitabilmente dal grado di interesse, o dalla forza dell’anelito personale, verso la scoperta di tutto ciò che arricchisce di senso l’umana esperienza.
Naturalmente, il simbolico “viaggio dell’eroe” esprime in maniera metaforica un percorso di trasformazione interiore, psicologico e spirituale. L’eroe mitologico che giace in ciascuno di noi, a partire da una condizione iniziale di ignoranza e insoddisfazione e in maniera spesso del tutto inaspettata, può essere “chiamato” ad intraprendere un’avventura in cui lo aspetteranno compiti da affrontare o prove da superare.
Il successo nella missione che lo attende gli consentirà di fare poi ritorno alla sua precedente realtà, arricchito però di una inaspettata saggezza trasformativa che cambierà per sempre il suo modo di percepire il mondo e di interagire con esso. È facile, secondo Campbell, rendersi conto che l’avventura dell’eroe “sia essa descritta con le ampie, quasi oceaniche, immagini orientali, o nelle vigorose narrazioni greche, o nelle solenni leggende bibliche” [2] segue sempre la traccia di un’unità nucleare strutturata in tre fasi distinte: “separazione dal mondo, penetrazione fino a qualche fonte di potere, e ritorno apportatore di vita” [3].
In sostanza, dunque, ogni essere umano sinceramente interessato alla propria evoluzione interiore nel corso della vita affronta un viaggio eroico in cui non mancheranno mai crisi profonde, scoperte illuminati e preziose trasformazioni interiori.
Il viaggio di scoperta
E questo tipo di percorso simbolico non può che descrivere meravigliosamente anche il processo di ricerca di un senso profondo, come il senso della vita. Si parte infatti inevitabilmente da una condizione di buia ignoranza, dall’oscura notte dell’anima di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo, per pervenire auspicabilmente ad orizzonti di significato sempre più luminosi e fecondi. Ciò potrà avvenire attraverso il superamento di crisi il cui grado di complessità aumenta al crescere dell’intensità della propria curiosità psicologica e spirituale verso tutto ciò che, nel percorso esistenziale, sembra offrire nuovi frammenti di significato.
È forse interessante notare anche che la chiamata ad intraprendere questo viaggio, così come simbolicamente descritto in molti miti, fiabe o leggende, difficilmente avviene per un puro e manifesto interesse da parte del protagonista. Essa semplicemente si rende indispensabile a partire da una serie di circostanze che pongono l’individuo nella condizione di non potersi sottrarre al compito che lo attende.
E come avremo più volte modo di ripetere nelle riflessioni che seguiranno, è generalmente proprio così che si fa strada in noi il bisogno di iniziare un percorso di ricerca interiore. Ne avvertiamo semplicemente la necessità. Le circostanze esistenziali ci richiamano alla necessità di spingerci verso la ricerca di qualcosa che possa colmare il vuoto creato in noi dall’assenza di senso e dalla relativa inquietudine, pur senza poter minimamente immaginare che cosa davvero ci attenderà e a quali orizzonti di significato avremo accesso una volta ritornati, profondamente trasformati, al punto di partenza.
Oggi posso affermare di aver raccolto un sufficiente numero di testimonianze dirette o indirette su questo tipo di esperienza interiore tale da potermi rendere conto che non vi è forse nella nostra vita qualcosa di più prezioso in termini di senso e di consapevolezza interiore. Per quanto dolorose, amare o complicate possano apparire alcune delle “prove iniziatiche” che ci attendono lungo le strade della vita, esse non potranno condurci in altro luogo se non a quello di orizzonti di coscienza sempre più profondi, se siamo disposti a concedere fiducia a ciò che il “destino” sembra avere in serbo per noi.
Il senso del Destino
Ed è forse proprio in questo senso che possiamo intendere le parole di Seneca, riportate in una delle Lettere a Lucilio, fonte preziosa di insegnamento e riflessione: “Il fato guida chi è consenziente, trascina chi si oppone” [4]. Considerando l’elevato spessore umano e spirituale di una figura come quella di Seneca possiamo tranquillamente allontanarci da un’interpretazione troppo letterale del termine “destino”. E ancora meno senso avrebbe probabilmente intenderlo semplicemente come una forma di abbandono passivo alla rassegnazione.
Essendo egli particolarmente interessato ad un’espressione esistenziale caratterizzata dall’armonia e dalla virtù, avrà più verosimilmente inteso affermare che nella nostra vita vi è sempre qualcosa di prezioso negli insegnamenti che il “destino” ci offre, se solo non fossimo sempre troppo occupati ad inseguire le tante distrazioni che ci allontanano dal nostro personale viaggio dell’eroe.
Lasciarsi “guidare dal fato”, o essere consenzienti verso ciò che ci propone, ha probabilmente a che fare anche con l’espressione di una profonda fiducia verso la vita. Ed è interessante notare che di fatto, per riuscire a fidarsi della vita e di ciò che ha in serbo per noi, è importante intravedere in essa un senso profondo. Se ho la certezza che la vita abbia un senso, allora il destino che mi attende non potrà che propormi di percorrere le strade più opportune per realizzare il mio personale viaggio dell’eroe. E ciò inevitabilmente vale anche quando la via che siamo chiamati a percorrere tende a farsi oscura, almeno in alcuni tratti, o faticosa, o dolorosa.
Avere nel cuore la certezza che tutto procede in linea con ciò che conferisce senso e valore alla nostra esistenza aiuta a procedere con passo sicuro. Non si tratta necessariamente di convinzioni consolatorie o, peggio, di banali illusioni. Troppe volte ho avuto la fortuna di veder brillare una luce particolare negli occhi di alcune persone, consapevoli di tutto questo. Quella fiamma rimaneva accesa anche quando non vi era nulla che potesse tenerla al riparo dalle intemperie della vita. Perché?
Me lo sono chiesto tante volte. Perché anche nei momenti in cui il dolore dell’anima soffia con vigore sulla debole fiammella della speranza essa riesce a rimanere viva nel cuore di alcune persone? Non si tratta di ingenuità, almeno in casi come questi. In altri sì, ma non in questi. Qualche volta ho davvero visto i miracoli che si manifestano grazie all’amore per la vita e alla volontà di ricerca di significato.
Ma torniamo al viaggio…
Riprenderemo in seguito anche il tema del destino, sempre inteso in chiave simbolica e metaforica, perché tende ad esercitare un fascino particolare sulle persone che percorrono la via della ricerca di senso. Per ora torniamo al tema del viaggio, visto da un’ulteriore affascinante prospettiva. E’ infatti probabilmente Dante, come non di rado accade, ad utilizzare un’espressione che anche a questo proposito si distingue per la peculiare bellezza e profondità. Poche, semplici e concise parole, particolarmente efficaci ed evocative:
“A te convien tenere altro vïaggio”. [5]
Ad onor del vero, in merito al tema simbolico del viaggio credo vi sia nella Divina Commedia un verso di ulteriore e maggior pregio. Esso contiene però parole di tale bellezza che meritano una trattazione a parte, in uno dei prossimi capitoli. Ne facciamo qui solo un primo accenno:
“…da lei saprai di tua vita il vïaggio”. [6]
Il motivo per cui cercherò di approfondire il significato psicologico e spirituale di queste parole è sostanzialmente legato al fatto che il termine viaggio può essere qui inteso a tutti gli effetti come il senso ultimo della vita, e dunque al tema centrale di questa serie di articoli. Per ora ci accontentiamo di contemplarne la bellezza letteraria, prendendo atto che, come vedremo, nelle condizioni opportune il senso ci può essere rivelato. Possiamo acquisirne una certa consapevolezza.
Torniamo però a quell’“altro viaggio” che Dante deve “tenere”, dopo essersi reso conto, proprio all’inizio del Poema, di non poter ascendere direttamente al monte della salvezza. Tre fiere gli sbarrano il cammino, e sarà necessario intraprendere un viaggio più lungo, più difficile e profondamente trasformativo. E, naturalmente, lui ancora non lo sa.
Sappiamo, perché è Dante stesso a fornire questa informazione nel Convivio, che la Divina Commedia può essere intesa a quattro livelli diversi di significato[7]: letterale, morale, allegorico e anagogico. L’ultimo è probabilmente quello più interessante ai fini dell’argomento che qui trattiamo. Esso promette infatti di parlare “dei processi di elevazione dell’animo umano e riguarda il sovrasenso spirituale di una narrazione” [8]. Ma sia il significato allegorico che quello anagogico offrono la possibilità di attribuire “un significato latente a un contenuto manifesto” [9], in linea con ciò che avviene nella ben nota pratica della psicologia del profondo (psicoanalisi).
A livello psicologico possiamo dunque azzardarci ad affermare che l’”altro viaggio” si riferirebbe alla necessità di intraprendere un percorso di progressiva consapevolezza e trasmutazione, progredendo dalle aree più buie e indifferenziate dell’inconscio fino alle vette più luminose e trascendenti del Sé superiore.
Ciascun essere umano sfiorato dal desiderio di ampliare la propria coscienza può intraprendere questo viaggio. E quando l’intento è quello di pervenire a stati di consapevolezza fino a quel momento sconosciuti, la via più naturale e diretta, semplicemente, non è percorribile. Non vi è speranza di accedere ai reami più luminosi del nostro Sé semplicemente percorrendo i comodi sentieri della conoscenza già acquisita. Per questo è necessario affrontare un “altro viaggio”, sottoponendoci a tutte le difficoltà che l’arte di far affiorare alla coscienza le nostre più autentiche intuizioni richiede.
L’inquietudine che spinge oltre le certezze
Parlando della “notte oscura dell’anima” abbiamo già visto che vi sono momenti in cui possiamo precipitare in un profondo vuoto di senso. Talvolta questa fase introduce l’emergere della consapevolezza della necessità di iniziare un percorso individuativo, un viaggio di avvicinamento verso una nuova dimensione di significato esistenziale.
Vi è potenzialmente una meta per ciascuno di noi all’interno dell’universo delle esperienze possibili. Una meta in linea con le nostre qualità, desideri, possibilità e necessità. Ho sempre trovato molto interessante e di profonda bellezza anche il concetto di “necessità”. Gli antichi greci lo esprimevano con il concetto di “Ananke”, indicando con esso un elemento costrittivo, una forza cieca e inesorabile, legata al limite invalicabile dell’esistenza.
Amo però considerare questo aspetto non solo in termini di inevitabilità del fato, ma anche e soprattutto come una forma di opportunità. Ovunque vi sia una difficoltà, giace generalmente anche un’opportunità, per chi la sappia individuare e cogliere. L’inevitabilità di certe esperienze esistenziali, non cercate, non volute, può essere una straordinaria fonte di significato per l’anima assetata di verità.
Il nostro “altro viaggio” può certamente apparirci come un’imposizione forzata, almeno nelle sue fasi iniziali. In moltissimi miti e leggende, non a caso, l’eroe è all’inizio una persona qualunque, spinta ad intraprendere un viaggio senza la minima idea di ciò che lo attenderà nell’immediato.
Spesso sono le esperienze dolorose, o difficili, a scuoterci da uno stato di inerzia e staticità esistenziale. In momenti di questo tipo ci chiediamo che senso possa avere l’essere spinti fuori da quella fortezza di certezze, prevedibilità e serenità che a lungo avevamo cercato di costruire. Semplicemente, veniamo travolti da una condizione di “necessità”, quando gli elementi della nostra coscienza che aspirano alla completezza e all’elevazione chiedono spazio. Essi si manifestano tramite l’emergere di quelle inquietudini esistenziali che ci orientano insistentemente alla ricerca della nostra strada.
Arrivati fin qua, confusi tra l’inquietudine dell’inevitabilità del viaggio e i dubbi sul suo reale significato, potremmo davvero chiederci che cosa può essere tanto potente da spingerci a cercare una meta al di fuori dal territorio sicuro delle sicurezze personali, delle regolarità della vita e dello spirito di adattamento.
Se dunque esiste davvero una meta per ciascuno di noi, a che punto ci troviamo di questo viaggio? A che cosa ci ha condotti? Lo abbiamo almeno iniziato? Avvertiamo la necessità di intraprenderlo? Quanto forte è il nostro anelito ad entrare in territori ancora sconosciuti alla nostra anima?
Il viaggio come meta di senso e percorso di guarigione psicologica
E’ comunque lecito, prima di tutto, chiedersi perché dobbiamo compiere un viaggio simbolico di questo tipo, dal momento che nella nostra vita stare bene, in pace e in serenità, dovrebbe alla fine essere la meta più importante. E cosa potrà mai avere a che fare questo con il senso della vita?
Si tratta però di una domanda necessaria solamente per chi ha deciso di rimanere al punto di partenza. Altrimenti, è del tutto chiaro che di questo viaggio, semplicemente, non se ne può fare a meno. C’è una interessante metafora, attribuibile allo scrittore ottocentesco John August Shedd, secondo la quale le navi sono più al sicuro dentro il porto, ma non è per questo che sono state costruite.
Allo stesso modo, noi esseri umani siamo senza dubbio più al sicuro nella routinarietà e prevedibilità della vita, ma probabilmente non è per trascorrerla nel buio della coscienza che siamo venuti al mondo. In un certo senso riprende il tema del “fatti non foste a viver come bruti” dantesco, che ci riporta al tema del conflitto tra desiderio di pace e desiderio di significato. E questi due aspetti non sono necessariamente sovrapponibili. Forse, in un certo senso, non lo sono praticamente mai.
In sostanza, non vi è consapevolezza senza crisi. Non vi è significato in assenza di un autentico viaggio che attraversa le sconfinate lande della coscienza. Il solo fatto di intraprenderlo è di per sé un fattore terapeutico quando le cose attorno a noi cambiano al punto tale che il nostro mondo perde il suo significato.
Forse l’inizio di un percorso di individuazione e di senso spesso appare drammatico perché siamo in qualche modo per natura portati a pensare che il mondo sia un posto benevolo e dotato di senso, e di essere persone capaci e meritevoli di protezione. Per questo, come afferma la psicologa Ronnie Janoff-Bulman, nel suo lavoro sulle cosiddette “Shattered Assumptions” (le “certezze frantumate”), quando un evento grave e inatteso irrompe nella nostra vita, non si limita a farci del male.
Frantuma le fondamenta invisibili su cui avevamo costruito la struttura che dava senso a quel mondo. Non possiamo più ripararci all’ombra del privilegio di pensare che la nostra vita abbia nei nostri confronti una qualche forma di riguardo, e che vi sia un aprioristico senso nella nostra realtà.
Ed è qui che l’anima si ritrova di fronte ad un bivio: una strada porta a crogiolarsi nel risentimento e nella convinzione di essere stati privati ingiustamente di qualcosa, e che la vita sia in debito con noi. La seconda strada conduce al margine esterno di quella selva oscura da cui può iniziare il proprio “altro viaggio”, verso la scoperta di ciò a cui l’anima anela.
NOTE BIBLIOGRAFICHE:
[1] Campbell, J. L’eroe dai mille volti. Lindau S.r.l. (seconda edizione 2016)
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[4] Seneca, Lucio Anneo. Lettere a Lucilio: Tutte le Epistulae morales ad Lucilium (p.376). Edizione del Kindle.
[5] Dante Alighieri. La Divina Commedia. Inferno, canto I, v.91. Mondadori. Edizione del Kindle, (p.2).
[6] Dante Alighieri. La Divina Commedia. Inferno, canto X, v.132. Mondadori. Edizione del Kindle, (p.27)
[7] Widmann C., 2021, Saprai di tua vita il viaggio – Prolegomeni a un’interpretazione psicologica della Divina Commedia, Edizioni Magi
[8] Ibid.
[9] Ibid.
