Fede è sustanza di cose sperate

Riflessioni psicologiche sul Senso della Vita

Capitolo 5

Senso della vita. Capitolo 5. Fede è sustanza di cose sperate
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Il rapporto tra il sentimento della fede, la psicologia e la ricerca di un senso nella vita mi ha sempre incuriosito e attratto. Un ambito senza dubbio misterioso e affascinante. Durante le sedute di psicoterapia non è raro che emerga l’argomento della fede. Molte persone si dichiarano atee, ma molte altre affermano di avere una fede religiosa, più o meno determinante rispetto al loro modo di guardare alla vita.

E’ però curioso notare come anche in persone che si definiscono atee può emergere un luminoso senso spirituale, che non deriva dalla fede secondo la sua definizione tradizionale, ma piuttosto da una innata capacità di rapportarsi con le dimensioni più sottili dell’esistenza, come la bellezza, il sentimento e, naturalmente, la ricerca di senso profondo.

Per contro, anche in persone che si definiscono credenti possono esservi modi diversi di intendere la fede. In questa distinzione può tornarci utile il pensiero di Gordon Allport. Tutti gli studenti di psicologia ricordano il suo nome come indissolubilmente associato alla “psicologia dei tratti”, avendo egli definito l’essere umano come una combinazione unica di tratti di personalità. Allport si occupò però anche di molto altro, tra cui il modo in cui le persone vivono l’esperienza religiosa. E’ celebre a questo proposito una sua massima, contenuta in uno scritto pubblicato nel 1967 [1]:

“La persona con una fede estrinseca usa la sua religione, mentre la persona con una fede intrinseca vive la sua religione”.

In questo suo studio vengono definiti due approcci alla religiosità. Il primo è definito orientamento estrinseco (Extrinsic), in cui la religione viene considerata come uno strumento utile ai fini della sicurezza personale, dello status sociale, dell’integrazione interpersonale o come elemento di sollievo dall’ansia. In sostanza, la persona utilizza la religione per i propri bisogni personali.
L’orientamento intrinseco (Intrinsic) considera invece la religione come motivo supremo ed elemento guida per la propria intera esistenza. Le credenze sono interiorizzate e la vita viene conformata ad esse, ponendole al di sopra delle esigenze dell’ego.

Come avremo modo di vedere, questa distinzione non è sufficiente però a cogliere l’esperienza della fede nella sua complessità. Anche nell’orientamento intrinseco non vi è distinzione tra un vissuto della fede cieco e fanatico, ed un atteggiamento saggio, indagatore, che sappia convivere con il dubbio e senza rinunciare a lasciarsi affascinare dalla bellezza del trascendente.

L’inizio della ricerca

A dire il vero, non era da questa premessa teorica che volevo iniziare questo capitolo, per quanto inevitabile, data la natura dell’argomento. Volevo piuttosto partire da un ricordo di ormai tanti anni fa, ancora però vivo in me. Era un periodo particolare della mia vita, in cui il bisogno di risposte era talmente forte che mi sarei spinto ad espormi con le persone più di quanto normalmente il mio carattere introverso mi permette di fare.

Mi confidai con una persona, nella speranza che potesse guidarmi nel recondito reame della fede. Una persona di Chiesa, che avrebbe potuto offrire almeno qualche barlume di sollievo al mio angosciante bisogno di senso. Lo chiameremo “Padre K“.
Salterei i numerosi dettagli di contorno di questa vicenda e mi proietterei direttamente al giorno del colloquio. Superato il mio imbarazzo iniziale nel sentirmi giudicato come un “eretico”, o più verosimilmente come “uno che ha perso la via”, vado dritto al punto:

“Lei crede che le cose abbiano un senso?”.
“Che cosa intendi?”
, mi risponde.
“Vivere. Ha un senso vivere, se poi tutto inevitabilmente finisce?”.

E’ una domanda banale? Per molti temo proprio di si. Lo penso ancora oggi. Ma per me non lo è oggi come non lo era allora, perché conosco l’angoscia del vuoto di senso. E’ in realtà una domanda che ne può contenere molte altre:
“Che cos’è la vita?”
“È davvero tutto frutto del caso?”
“Perché alcune persone sembrano destinate a soffrire, mentre altre attraversano la vita sperimentando per lo più gioia e serenità?”
“C’è un senso nel fatto che la vita di qualcuno viene spezzata dopo pochi istanti, impedendo la realizzazione di un progetto esistenziale?”
“Perché alcune persone nascono in assoluta povertà, e avranno ben poche opportunità nella vita?” “Che senso hanno la solitudine, il dolore, la morte?”

Ma erano domande troppo grandi. Mi fa quasi sorridere pensare che, in effetti, duemilacinquecento anni di filosofia occidentale o altrettanti di quella cinese, o addirittura tre millenni abbondanti di quella indiana, non sono bastati ad offrirci risposte definitive e razionalmente accettabili. Rimane sempre qualcosa di trascendente, qualcosa di irraggiungibile alla mente concreta.

Ma io non mi fermo, non mi vorrei rassegnare al sentirmi dire che si tratta solamente di una questione di fede. Io vorrei comprendere. Vorrei risposte anche a tante altre domande:

“Il nostro destino è nelle nostre mani, o in quelle di una misteriosa Entità contro la cui volontà abbiamo ben pochi strumenti di libertà?”
“E se davvero così è, perché? Sulla base di quale criterio vengono assegnate alle persone le avversità o i momenti di gioia? Quale senso potrebbe mai avere la nostra vita se non possiamo disporre di autentico libero arbitrio?

Niente. Ciò che riesco a rimediare è solo la poco utile informazione che la scelta o meno di dare un senso (religioso!) alla nostra vita non può che essere interamente nostra. Siamo infatti noi a decidere se partecipare o meno alla pienezza della vita spirituale che ci viene offerta. La questione, a suo avviso, è più semplice di come la stessi ponendo io. Ciò che la Vita ci offre è sostanzialmente la possibilità di avere fede in un senso più grande, semplicemente abbandonandoci ad esso e rinunciando ad affrontare razionalmente ciò che all’essere umano non è concesso comprendere. L’alternativa è l’auto esclusione dalla partecipazione a quella fideistica pienezza di significato esistenziale.

Sembrava velatamente una minaccia… Ma già a quell’epoca sarei stato disposto ad affrontare quel rischio, a pagare quel prezzo.

Potevo fermarmi lì. Tutto sommato, ancora oggi rimango della convinzione che una modalità religiosa di concepire il senso della vita sia sempre stata di grande aiuto per molte persone. E per molte altre ancora continuerà probabilmente ad essere necessaria una “guida” spirituale fondata sugli insegnamenti Cristiani per dare una spiegazione agli eventi della quotidianità ed inserirli in una dimensione di senso. Per coloro che si collocano in questa prospettiva non vi è la necessità di aggiungere altri elementi di consapevolezza. Confidano volentieri nell’autorità riconosciuta di chi si propone loro come guida.

Volendo sintetizzare all’estremo, e a rischio di banalizzare la questione, il senso della vita per un cristiano osservante si basa sostanzialmente sul raggiungimento della cosiddetta salvezza eterna. Dio avrebbe creato l’essere umano a sua immagine e somiglianza, conferendogli uno scopo specifico entro il Suo disegno. Qualsiasi esperienza umana, qualsiasi sofferenza e qualsiasi espressione di amore verso l’altro fa parte di un ambizioso cammino verso la vita eterna, la santità e la totale redenzione, nella consapevolezza che la sola felicità esistente e ogni ricerca di senso si realizza e si completa unicamente nell’amore divino.

I guai per la propria coscienza inizierebbero quindi solo nel momento in cui si decide di collocarsi tra il gruppo degli “esclusi”.
E in quell’occasione, devo evidentemente aver dato esattamente quel tipo di impressione: mi stavo autoescludendo, perchè non mi accontentavo delle risposte. Purtroppo, per quanto possano apparire affascinanti queste formulazioni teologiche, non sono mai riuscite a convincermi del tutto. Troppo poca libertà e (soprattutto!) troppo poca responsabilità sono attribuite all’essere umano, osservando la realtà in un’ottica come questa.

E se invece si ponesse la questione in una prospettiva orientale (usando questo termine in maniera molto generale)? Una prospettiva dove la vita umana non si limita ad un’occasione unica da giocarsi nell’ambito di qualche decennio, più o meno fortunato a seconda di ciò che per noi dispone una volontà trascendente o superiore. Il fenomeno della vita umana, in molte tradizioni orientali, tende ad essere infatti considerato come un anello di una lunghissima catena di esperienze aventi come scopo un progressivo perfezionamento dell’entità, l’anima, che vita dopo vita abita corpi sempre nuovi e affronta sfide sempre più complesse.

Se così fosse, potremmo addirittura trovare qualche affascinante risposta ai grandi dubbi di cui si parlava prima. Ma solo per rituffarsi immediatamente in questioni ancora più complesse. Avevo in serbo anche qualche altra inquietante domanda:

“che cosa differenzia un genio come Leonardo da Vinci da un comunissimo essere umano senza alcuna dote particolare?”

Detto in altri termini, perché vi sono persone (necessariamente poche) che nascono particolarmente dotate di talenti, mentre molte altre trascorreranno l’intera esistenza semplicemente a cercare di soddisfare pulsioni e desideri, senza mai porsi la benché minima questione esistenziale?

Ma persino in ottica scientifica è una domanda che non ha senso porsi. Per lo più ci si limita ad affermare che la genialità si riduce semplicemente ad una combinazione particolarmente fortunata di fattori genetici ed ambientali. Possiamo accontentarci di questo? E se ci arrendiamo a questa possibilità, è ancora possibile dare un senso più grande alla nostra esistenza stessa?

Come poteva dunque concludersi il colloquio con Padre K.? Solo con una inevitabile delusione. Solo con un’ulteriore dimostrazione del fatto che la strada verso la ricerca di senso sarebbe stata ancora più tortuosa. La delusione più grande fu quella di sentirmi dire che determinate “aperture filosofiche” potrebbero anche essere ipotizzabili, ma che da uomo di Chiesa lui era tenuto a mantenere la fede in ciò che la Chiesa afferma attraverso la sua lunga tradizione.

A quel tempo non conoscevo ancora Allport. Ma sarebbe stato divertente rendersi conto di aver assistito in presa diretta ad un esempio di ciò che lui intendeva per “fede estrinseca”.

Il desiderio di senso

Nonostante tutto, sono sempre stato affascinato dal fenomeno della fede. È qualcosa di davvero interessante, al di là dei contenuti che tramite essa si manifestano. Quando la fede si esprime come anelito sincero alla conoscenza della natura ultima dell’essere umano, del mondo o dell’universo intero, quando si offre saldamente appoggiata sulle ali dell’intelletto illuminato, può davvero costituire una delle più intense esperienze di senso a cui ci sia concesso andare incontro.

Ma siamo ben lontani da quelle tante infantili manifestazioni di fede espressa per ignoranza, per necessità o per convenienza. In fin dei conti, non credo sia un caso il fatto che tanti giganti della storia abbiano candidamente ammesso il loro riconoscersi in qualche forma di fede.

Tra mistero e fanatismo

Il titolo di questo capitolo prende a prestito i versi di Dante che riprendono testualmente le parole di Paolo di Tarso nella Lettera agli Ebrei (11, 1): “fede è sustanza di cose sperate e argomento de le non parventi; e questa pare a me sua quiditate” [2]. Forse il loro significato è più misterioso di quanto già non appaia ad un primo sguardo. Dante stesso ci viene incontro, provando a spiegarle con più chiarezza: “la fede è in terra la realtà stessa, il solo modo di essere, delle cose che noi speriamo (cioè l’esistenza di Dio e della vita eterna), ed è per noi prova dell’esistenza di ciò che non si vede”[3].

Le riporto solamente per la loro bellezza. Non voglio proporre speculazioni personali sul loro significato, perchè ci porterebbe troppo lontano dal contesto psicologico in cui ci siamo ripromessi di rimanere. Ciascuno di noi è però libero di dedicare ad esse le proprie più raffinate capacità intuitive per coglierne le profondità.

Per una persona scarsamente individualizzata (in senso Junghiano) la fede può effettivamente fornire un elemento di valore che rende completa la propria esperienza nel mondo. Ma questo tipo di esperienza può dirsi completa? Può dirsi pienamente libera e autentica? Fino a che punto una fede acritica, per quanto profonda, può costituire un elemento di senso realistico?

Ecco perchè ho sempre pensato che una fede di tipo tradizionale non possa essere sufficiente a colmare l’inquietudine del vuoto di senso. Attorno a noi vi sono svariati elementi di natura scientifica, artistica o naturale, di bellezza così sublime da costringerci ad una resa verso la necessità di ammettere che nell’essere umano, oltre che nell’universo in generale, vi sono molti più misteri che evidenze, molti più dubbi che certezze.

E forse per poter attribuire alla fede il valore di esperienza di senso abbiamo bisogno di saper cogliere in questi elementi il loro significato più autentico e (probabilmente) trascendente. Ma fino a che punto? Quando la fede oscura la ragione, o considera quest’ultima come “un ostacolo”, è probabile che si stia pericolosamente navigando nella direzione delle torbide e pericolose acque del fanatismo.

Psicologia e fede

In ambito accademico e scientifico il fenomeno della fede è inevitabilmente svalutato e classificato tra le fonti di conoscenza non ammissibili. I contenuti della fede, semplicemente, come avrebbe detto Karl Popper, non sono falsificabili, ovvero non sono sottoponibili a test empirici in grado di dimostrane l’eventuale falsità. Infatti, non è per via di prove e dimostrazioni che in generale le persone hanno fede in qualcosa. La fede è espressa a prescindere.

La psicologia rientra chiaramente tra le discipline scientifiche, e rimane pertanto lontana dal dominio della fede. Ma questo non significa che la psicologia non possa interessarsi al fenomeno della fede in quanto tale. Molti importanti psicologi, oltre al già citato Allport lo hanno fatto.

Freud ne aveva un’idea a dir poco “riduzionista”. A suo avviso la religione (e con essa la fede) altro non sarebbe se non un aspetto che l’umanità deve semplicemente superare man mano che procederà verso un pensiero più maturo, razionale e scientifico. Dio sarebbe semplicemente una figura paterna idealizzata, creata per difendersi illusoriamente dall’angoscia dell’impotenza di fronte alla natura e alla morte. Arriva persino ad accostare questa credenza ad una nevrosi ossessiva collettiva.

Ma Jung, il cui pensiero in ambito psicoanalitico è stato altrettanto influente, ribalta questa prospettiva. L’esperienza religiosa diventa, dal suo punto di vista, una funzione naturale e necessaria della psiche, tanto reale quanto qualsiasi altro fenomeno psichico. Jung, come molti altri studiosi, offre inevitabilmente spazio al “contenuto” del fenomeno della fede, ma si interessa anche e soprattutto al modo in cui la psiche produce l’immagine di Dio. E a questo proposito riterrei piuttosto interessante il fatto che le sue osservazioni si siano focalizzate anche sul concetto di “numinoso”, un’esperienza del sacro che si impone alla psiche cosciente. Il divino si collegherebbe al Sé, l’archetipo della totalità psichica, offrendo un’interessante analogia tra il cammino spirituale e il processo di individuazione.

Fuori dal contesto psicoanalitico, avvicinandoci a quello del pragmatismo americano, è forse interessante menzionare il lavoro di William James sull’esperienza religiosa. Nel suo testo “The Varieties of Religious Experience” del 1902 invita a considerare la fede semplicemente come un’esperienza vissuta, da valutare unicamente per la sua capacità di trasformare la vita interiore dell’individuo e di produrre effetti nel quotidiano. James non rinuncia a porsi esplicitamente la domanda se esista davvero “qualcosa in più” con cui l’essere umano entra in contatto nell’esperienza religiosa. Ma data la complessità della questione preferisce analizzarla da un punto di vista psicologico-funzionale piuttosto che teologico-dogmatico. L’attenzione viene quindi rivolta verso l’analisi del valore che l’esperienza religiosa può produrre nella vita psichica, più che sulla veridicità dei dogmi.

Viktor Frankl e l’Inconscio Spirituale

Personalmente, la posizione che ritengo però più interessante è sicuramente quella di un altro psicologo che avremo modo di citare anche in altri capitoli di questa trattazione: Viktor E. Frankl. Psicologo e psicoanalista di fama internazionale, fondatore del metodo della “logoterapia e analisi esistenziale”, Frankl ha offerto il frutto delle sue riflessioni sul senso della vita anche a seguito della sua drammatica esperienza di internato nei campi di concentramento nel periodo tra il 1942 e il 1945. Ne parleremo più dettagliatamente in un capitolo dedicato, perchè è stato uno dei pochissimi psicologi a trattare con insistenza e nel dettaglio la necessità di attribuire un senso alla propria esistenza quale prezioso elemento di guarigione psicologica.

Credo sia però importante anticipare qui il suo punto di vista sul cosiddetto “inconscio spirituale“. Nel suo testo “Dio nell’Inconscio” [4], Frankl si propone l’ambizioso obiettivo di colmare le lacune del concetto di inconscio formulato dai “giganti” Freud e Jung. Rispetto a Freud, egli offre una visione in cui l’inconscio non sarebbe caratterizzato unicamente da un’area psicologica, ma anche da un’area noetica, alla base di un inconscio spirituale. Rispetto a Jung, vede nell’inconscio spirituale qualcosa di non riferibile unicamente agli archetipi dell’inconscio collettivo, ma qualcosa di personale ed esistenziale.

L’essere umano non sarebbe semplicemente un Io spinto dall’Es (come la psicoanalisi tradizionale afferma), ma un Sé, un individuo relazionato con gli altri individui umani da amare e da comprendere. Nella prefazione di Eugenio Fizzotti al testo appena citato, si afferma infatti che “In questa regione [l’inconscio spirituale] l’artista prende ispirazione e il religioso trae la sua fede; in essa l’uomo può ascoltare la voce intuitiva della propria coscienza che gli dice quali sono i suoi compiti e, in questo modo, dirigerlo verso il senso della propria vita“.

Frankl non accetta infatti una concezione dell’essere umano come dotato di un Io ridotto ad essere lo “zimbello degli impulsi”. Se Freud considera l’inconscio come un potenziale nemico dell’equilibrio umano (a causa della carica di aggressività in esso contenuta), Frankl vi vede invece la possibilità gioiosa di riscoprirsi uomo, come persona dotata di profondità.

L’inconscio, ben lungi dall’essere un nemico da temere, può invece far emergere la sorpresa di comprendere sé stessi come “un mistero da svolgersi in proprio, con unicità e irripetibilità”. E i suoi contenuti sarebbero “un appello a realizzare se stessi nelle relazioni interpersonali, nella responsabilità morale e nella creazione estetica”.

E così, similmente a quanto più volte affermato da Jung stesso, Frankl propone di considerare l’essere umano come “l’artigiano della propria esistenza”, in grado di nobilitare sé stesso e di fare del mestiere di vivere un inesauribile compito di crescita nella consapevolezza.

Conclusione

Tornando a Popper, non possiamo che dargli ragione: la fede non è materia scientifica. Ma ancora oggi mi chiedo con insoddisfatta curiosità perchè molte menti scientifiche brillanti abbiano ammesso candidamente la loro fede. Ogni tanto torno ancora con la mente al periodo in cui preparavo la mia tesi di laurea e alle parole che ricordo ancora con grande curiosità tratte da una conferenza di Luigi Fantappiè, un matematico italiano del secolo scorso. Le avevo trovate cercando tra le poche informazioni allora disponibili sul rapporto tra meccanica quantistica e psicologia, che costituiva l’argomento del mio lavoro.

“Solo se si riduce la scienza ad una tecnica, solo se si abbandonano i veri fini della scienza, la conoscenza razionale della realtà, sostituendo questi fini con mezzi occasionali di una certa epoca, metodo e tecnica elevati a fine ultimo da cercatori miopi, si può nella scienza mettere da parte l’idea di Dio. Altrimenti Dio è naturalmente al centro della scienza, essendone il motore ed il fine, come è provato dagli stessi grandi scienziati di tutte le epoche, da Galileo a Newton, da Platone a Picard, da Linneo a Pasteur, nonostante le opposte opinioni dei loro più meschini seguaci”.

Scienziati ben più famosi hanno espresso parole che viaggiano sostanzialmente nella medesima direzione. Quella di Albert Einstein non fu esattamente una delle menti più modeste appartenute al mondo della scienza. Eppure, persino lui non era del tutto contrario alla considerazione dell’idea di una forma di intelligenza implicita nella natura dell’universo. Così infatti si esprimeva in una famosa lettera da lui scritta nel 1929: “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’ordine armonioso di tutto ciò che esiste, non in un Dio che si interessa del destino e delle azioni degli uomini”.

E chissà di cosa amasse conversare durante le sue passeggiate con Kurt Gödel all’epoca in cui entrambi erano professori presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, negli anni Trenta. Gödel, ritenuto uno dei più grandi logici di tutti i tempi insieme ad Aristotele, Leibniz e Frege, ebbe una grande influenza non solo in ambito matematico, ma anche sul pensiero filosofico del XX secolo.

E non è interessante che una mente di tale spessore scientifico abbia trovato del tempo da dedicare al tentativo di formulare con il rigoroso linguaggio della logica una “prova ontologica” relativa all’esistenza di Dio? Poco importa se si sia trattato di un lavoro nei confronti del quale sono poi state mosse diverse critiche metodologiche. Credo sia enormemente più curioso constatare che una persona di cui lo stesso Einstein ebbe grande stima intellettuale si sia presa del tempo per pensare a come l’esistenza di Dio potesse essere dimostrabile.

In estrema sintesi, mi piace pensare che nonostante le loro profonde intuizioni sulla natura, anche le menti più grandi hanno sempre avuto bisogno di porsi domande sugli aspetti più inaccessibili dell’esperienza umana. E questo aspetto, questo bisogno di porsi domande complesse, a mio avviso, è un elemento importante nel proprio cammino verso la ricerca di senso.


[1] Allport, G. W., & Ross, J. M. (1967). Personal religious orientation and prejudice. Journal of Personality and Social Psychology, 5(4), 432–443.

[2] Dante Alighieri. La Divina Commedia. Paradiso, Canto XXIV, v. 64. Mondadori. Edizione del Kindle.

[3] Ibid.

[4] Frankl, Viktor E. (1975-1990) Dio nell’inconscio – Psicoterapia e Religione. A cura di Eugenio Fizzotti. Editrice Morcelliana

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